LA LINEA DEL 2020

20 scritti e 20 scarabocchi dove mar ghe gera e dove mar ghe sarà

 

di Stefano Pesce e Cristina Cervesato

 

Il 2020 sarà ricordato come l’anno della pandemia da coronavirus Covid-19, la tragica linea di confine tra un prima e un dopo per le milioni di persone costrette a cambiare drasticamente stile di vita.
Per Stefano Pesce, fondatore de Al Vapore a Marghera, – storico locale punto di riferimento di musicisti e appassionati di jazz della città metropolitana di Venezia e non solo – i lunghi mesi di lockdown casalingo e di temporanea chiusura delle attività, sono stati l’occasione per riflettere su quanto i grandi cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi cinquant’anni nella città operaia abbiano influito sulla sua vita, così come la travolgente scoperta dell’interplay jazzistico di Miles Davis attraverso i vinili di un amico che sfocerà in seguito in una potente spinta creativa nell’organizzazione di svariate attività culturali e lavorative, come le manifestazioni del Marghera Village, il Tam Tam e l’Estate dei Popoli.
Da tutto ciò nasce questo zibaldone costruito su spunti di lettura, ascolti radiofonici, schegge di concerti, incontri con musicisti come Tolo Marton, Stefano Bollani e Vinicio Capossela… ma anche di visioni e prospettive per una futura svolta ecologica dell’area industriale in dismissione. Un gioco di ritmiche, fraseggi e rimandi, in cui i preziosi disegni di Cristina Cervesato s’inseriscono a ogni break come parte essenziale dell’armonizzazione.

DI QUA DALL’ACQUA – STORIE DI MESTRE

di Gabriella Bampo, Lorenzo Bottazzo, Diana Chiarin, Lucia Martello, Anna Maria Masucci, Marco Pitteri

A cura di Roberto Ferrucci

 

Mestre non è solo un dormitorio per turisti. Mestre ha un’immagine, un’identità, una cultura, una storia. Se a far brillare tutto ciò non se ne occupano le politiche locali, a prendersene cura, allora, sono i suoi abitanti.
Di qua dall’acqua – Storie di Mestre è una raccolta polifonica di voci che per appartenenza, scelta e casualità della vita condividono un territorio troppo spesso bistrattato.
Da un progetto corale di scrittura creativa che ha richiesto tempo, confronto e impulso nascono i racconti di Lorenzo, Lucia, Diana, Marco, Gabriella e Anna Maria. Per volerne raccontare l’essenza e la personalità, perché Mestre è molto più dell’immagine riflessa al Di qua dall’acqua di Venezia.

PARE

di Fabio Franzin

 

NA VÌRGOEA, ‘NA SGRAFADHA

 

Granda e fissa, ‘dèss, se à cuzhà
l’onbra sui mé fòji.

‘A mé scritura
‘a incrosa crose e spini.

Un punto ‘l à stuà ‘a stéa
che ‘a bachéa
a est dea frase monca.

‘E me paròe, Pare
le ‘é romài ‘na nuda cerniera
che ‘a sèra su sol ‘l scuro.

Se mai ‘na vìrgoea, magari,
’na sgrafadha che ‘a sbuse,
che ‘a sbrèghe ‘a nùvoea, ‘l caìvo.

 

“Pare” (Padre), è un poema che prende l’avvio “fra i confini della vita” con l’immagine di un uomo con una mano tesa a cercare di trattenere – un padre che muore – e l’altra aperta e pronta ad accogliere, a cullare – un figlio che nasce -, di un uomo che si chiede con quale delle sue mani, in tal modo occupate, sia riuscito a scrivere le parole contenute in questo libro. Parole scritte in un dialetto veneto pastoso e terragno, che Franzin piega a farsi canto sul tema – classico, sempre – della paternità.

 

Il testo è diviso in due parti, in due momenti (come le sigarette fumate in due tempi dal padre, in uno dei testi), in cui Franzin si fa ora Enea, ora Anchise.
Nella prima parte “mé Pare” l’autore segue la malattia e poi la biografia di un padre che, appena scomparso, è già presenza che continua a risorgere entro ogni verso, e che entro ogni verso sembra, a sua volta, distaccarsi crudelmente da quel figlio che lo invoca, da un figlio cui restano ormai una mano monca e un vuoto da colmare. E nell’arduo percorso di un crinale così sottile, Franzin riesce nel miracolo di non cadere, di non cedere mai al facile sentimentalismo o al verso ad effetto.
Questa prima parte si chiude in preghiera, con delle “litanie” in cui Franzin chiede allo spirito del padre il segreto per riuscire nel compito, da Egli così mirabilmente vissuto, di essere a sua volta un buon padre.

 

Nella seconda parte “mì Pare”, Franzin dà corpo, e voce, ora, al suo ruolo di padre. Segue ogni gesta dei figli, del loro essere “carne che cresce”; li scruta, li spia; si fa sentinella alla soglia dei loro sogni, ne asseconda ogni scherzo, richiesta; lo troviamo alle prese con il cambio del pannolino, come in quelle di un detective che tenta di risolvere l’enigma di una parola, apparentemente, priva di senso. Vive i patemi di un padre alle prese con un figlio che si affaccia all’adolescenza, a quell’arena onirica che lo richiede, tutto, anche se quel figlio è già un figlio con-diviso.

 

Un poema che parlerà sia a chi ha subito la perdita di una persona cara, sia ad ogni padre, ad ogni figlio; figlio che – se vorrà, o se vorrà il destino al suo posto – sarà padre a sua volta.

ALTRI SQUILIBRI

di Annalisa Bruni

 

“Maledetto telefono. Come se non avessi già i miei problemi d’insonnia. Suona, suona, la smetterai una buona volta! Tanto, non rispondo. Potrebbe essere Geraldine, soprattutto a quest’ora. Ma non rispondo, non questa notte. Anche se la pagasse lei l’intercontinentale. Non ho voglia di riprendere la solita discussione; mi sono arreso: non ne usciremo mai. Lei è convinta di avere ragione, io sono convinto di avere ragione e con tutta questa ragione stiamo impazzendo tutti e due. È ora di darci un taglio. Io sto male, lei sta male, ma prima o poi tutto questo male dovrà estinguersi in qualche modo e ricominceremo a vivere, io qua e lei là dove se ne è tornata.”

 

Undici short stories sul pluriverso femminile contemporaneo, scandagliato in punta di penna da Annalisa Bruni secondo traiettorie oblique ed ineccepibili, con repentini sbandamenti del baricentro calibrati appositamente per tenere spostato il punto focale del lettore verso gli aspetti più borderline della nostra quotidianità.

 

Nei racconti di “Altri squilibri” si sperimenta molto, si provoca altrettanto, si gioca liberamente (e talvolta un po’ cinicamente) con le “donne sull’orlo di una crisi di nervi”, procedendo per costruzioni a cerchi concentrici che finiscono inevitabilmente per convergere in gustosi colpi di scena.

 

Madri apprensive, mogli fuori luogo, amiche autolesioniste, amanti a perdere, stravolte dalle loro stesse ossessioni, dal loro ininterrotto monologare autofagocitante ed implosivo, dalla paranoia degli occhi degli altri sempre puntati addosso, dai modelli omologati “made in USA”, dal fiato corto per correre appresso ai tempi che corrono, per sentirsi donne in un mondo in cui non si sa più bene cosa voglia dire essere donna. E gli uomini? Ci sono anche loro, ovviamente… in qualche caso risolvono le questioni, ogni tanto amano giocare al gatto e al topo e se va male se ne escono con le ossa rotte, ma il più delle volte se ne stanno semplicemente lì a vedere come va a finire.

 

Annalisa Bruni con “Altri squilibri” ha accostato brillantemente l’intelligenza al senso del grottesco, la scrittura leggera, vitale e spigliata a trame solide e ben delineate, fatte apposta per durare a lungo sia nel tempo che nella memoria.

CRIMINI ALLA VENEZIANA

di Espedita Grandesso

 

Fatti e fattacci nella Serenissima Repubblica

 

“Questo volume raccoglie, in parte, miei racconti apparsi in circa due anni sul quotidiano «Il Gazzettino» che s’ispirano a fatti e fattacci del passato di Venezia e di altre località appartenenti al suo territorio. Queste cronache, antiche e meno antiche, mostrano l’altra faccia della medaglia e fungono da contrappeso alle cerimonie, lussuose e ieratiche, che circondavano il doge e la nobiltà, e a quel ritratto di squisitezza e cortesia a cui la Venezia turistica è condannata da almeno un secolo. (…)

 

La Serenissima Repubblica fu molto di più del pio quadretto di garbo e di cortesia che viene costantemente presentato; ben vengano, perciò, le cronache sbracate di delitti, omicidi e rapine a mano armata, le quali – sia pure in negativo – testimoniano la vitalità di un popolo che seppe esprimere anche momenti di eroismo e di grande intelligenza politica.” Espedita Grandesso

LA LEGGENDA DI ALBERTO

di Michele Zanetti

 

Che cosa offre in cambio questa vita, che certamente non è fatta per la maggior parte della gente?

 

Anzitutto un contatto con la natura in una delle zone più belle e incontaminate di tutte le alpi, dove la ricchezza della flora e soprattutto della fauna costituiscono una dimensione nuova e originale e insieme a questo incontro, un incontro con se stessi quale oggi è difficile poter trovare altrove, e che permette di scoprire aspetti ed esperienze fuori dal comune.

 

Infine la consapevolezza di contribuire a proteggere un patrimonio naturale unico e irripetibile, di inestimabile valore, dove gli uomini d’oggi e soprattutto di domani possano attingere per trovarvi ispirazione, conoscenze scientifiche, cultura e svago.
(Alberto Azzolini)

FANTASMI DI VENEZIA

di Espedita Grandesso

 

17 leggende del brivido in Laguna

 

I resti di un misterioso scheletro, rinvenuti il secolo scorso nella chiesa di Santo Stefano, riportano alla luce la storia delle mille conversioni (e perversioni) di Paolo Da Campo, pirata, frate e figlio d’Allah vissuto nel XVI secolo tra Venezia, Ragusa e la Terrasanta.

Gaspare Zilio si inventa il modo per campare senza far fatica conducendo una duplice vita: si finge mendicante per guadagnare le elemosine e da sfogo, segretamente, ad un abominevole vizio.

Il mazziniano Francesco Flora, incaricato di consegnare alcuni documenti preziosi e segretissimi, incappa nella milizia austriaca e cede alle pressioni solo per mano di un abate, che si rivela un santo non proprio immacolato…

 

17 leggende dannate sono raccolte in questa inquietante antologia, illustrata da preziose riproduzioni di stampe ottocentesche e corredata da un breve apparato storico-artistico che orienta il lettore ai ”luoghi del delitto”, costruendo un itinerario del mistero fra calli e campielli per far rivivere incubi reali accaduti in un passato lontano, che attrae e atterrisce allo stesso tempo.

 

I fantasmi di Espedita Grandesso, studiosa di tradizioni veneziane e autrice del libro d’arte “I portali medievali di Venezia”, provengono tutti da fonti documentate, come ad esempio “Alcune delle più clamorose condanne a morte eseguite in Venezia sotto la Repubblica”, tramandateci dall’erudito del XIX secolo Giuseppe Tassini, e mostrano il lato oscuro della città lagunare, una città labirintica, infernale, una Venezia noir dalle atmosfere gotiche e minacciose.

 

Sono storie di sangue e nobiltà vissute da personaggi illustri o di umile estrazione, scritte con uno stile vivace e accattivante che unisce il gusto del parlato a una scorrevolezza letteraria e a un’incredibile padronanza della materia trattata.

Scanditi da un ritmo incalzante i “fantasmi di Venezia” vi immergeranno in un passato dove non sempre i confini tra il bene e il male sono ben definiti.

LEGGENDE DI VENEZIA

di Armando Scandellari

 

Le leggende di Venezia nascono dal cuore stesso della Serenissima, dal suo intrico di calli, dallo sciabordio dell’acqua in fondo ai canali, dallo sguardo acquoso di una ‘vecia’ seduta sui gradini di casa. Parlano di un tempo incantato, dove la gente si confrontava quotidianamente con miracoli e truffe, con la realtà di una città in continuo mutamento, ricca di umori e di frenetica vitalità. E allora ritroviamo marinai, preti viziosi, streghe dabbene, killer, fantasmi, santi, innamorati, perseguitati…

 

Riviviamo le origini di Venezia, quelle del merletto di Torcello, delle marionette, la Festa della Sensa, il Carnevale. Ci coccoliamo un po’ nel rileggere la curiosa leggenda del ‘bòcolo’, che ancora oggi ogni 25 aprile i veneziani regalano alle loro innamorate. Con il cuore in gola seguiamo la storia del povero ‘fornareto’ o, di Biasio ‘el luganeghèr’, il salsicciaio diabolico che preparava lo ‘sguazeto’ con le dita dei ‘fantolini’. Partecipiamo alle disavventure di Natalina, innamorata dell’uomo sbagliato perché ebreo, o a quelle di Marcella, che denuncia .una falsa cospirazione ai danni della Repubblica e la paga molto cara…

 

Armando Scandellari mescola abilmente l’italiano al dialetto, dipingendo, un quadro di Venezia calde e reale. Con una sottile ironia ma anche con una profonda esperienza del leggendario veneziano, frutto di un’attenta ricerca documentaristica, che gli consente di discernere il vero dal falso, ci propone le sue leggende, antichi racconti orali che anche nella versione scritta mantengono il loro fascino e la loro attrattiva popolare, “Leggende di Venezia” è un’opera che va oltre il valore letterario, che riveste il ruolo di testimone di quella preziosa e insostituibile memoria storica che piano piano si va perdendo, e che merita di essere recuperata e tramandata alle nuove generazioni.

 

E’ un libro, che si legge e si rilegge, si racconta ai nipotini, si sfoglia con interesse o con nostalgia, per riappropriarsi di una città dove anche i ‘cocai’ (i gabbiani) hanno il volto di una donna innamorata.

LE AVENTURE DE PINOCHIO

di Piero Zanotto

 

a Venexia e in venexian

 

”Non so come sia capità, ma de fato un bel zorno sto tòco de legno zé finìo in tel squèro de un vecio marangon de nome Toni, che tuti ciamava mastro Sariésa per via de la ponta del so naso sempre sluzente e paonassa cofà na sariésa maùra…”

 

Nel lontano 1881 escono, sul numero iniziale del ”Giornale per i bambini”, i primi due capitoli del capolavoro di Collodi, alias Carlo Lorenzini. Da allora il bambino di legno scolpito:
da Geppetto ne ha fatta di strada. Tradotto in moltissime lingue, utilizzato come testo cinematografico, teatrale, radiofonico; fonte di ispirazione per nuove versioni letterarie fedeli e non fedeli all’originale e tappa immancabile nella carriera di illustratori professionisti, Pinocchio è la favola che più rimane nel cuore dei bambini e degli adulti. Perché è immediata, ironica, scritta con un registro accessibile a tutti, grandi e piccoli, e ricca di quell’immaginario onirico e fantasioso che le ha valso l’eternità.

 

“Le sventure de Pinochio a Venexia e in venexian” tradotte dal toscano di Collodi da Piero Zanotto, nascono dal puro amore per la fiaba e da una seria riflessione sul dialetto: lingua dimenticata, deformata, relegata con sufficienza e disprezzo a singole nicchie di popolazione, merita di essere rivalutata e riconquistata dai veneziani come strumento della quotidianità del vivere, linguaggio che porta con sé gli umori e la storia di una comunità. Il veneziano di Zanotto, frutto di un’attenta e scrupolosa ripresa di quell’antico parlar di cui poche persone ormai (e ancora meno libri) sono testimoni, si adatta come una seconda pelle al burattino ‘combinaguai’ di Collodi, seguendolo nelle sue birichinate e arricchendolo di significati e di sapori inediti.

 

I luoghi di Venezia, come la sua lingua, sembrano anch’essi adattarsi, plasmarsi attorno a Pinocchio per accoglierlo, quasi fosse un personaggio nato in laguna come le ”maschere” di goldoniana memoria. E pare allora di vederlo, annunciarsi in uno squero e nascere tra le mani impazienti di ‘Mastro Isepo’; andare in ‘una barcbeta vogada a & valesana’ assieme al ‘Gato’ e alla Volpe alle ‘Tere Perse’, a Malamocco, novello Campo dei Miracoli o ‘Paese dei Ciàpa Alochi’; oppure recarsi assieme a Sluseghìn al Lido, ‘Paese dei Zogatòi’ da cui ritornerà ‘musséto’.

I SERIAL KILLER DELLA SERENISSIMA

di Davide Busato

 

Assassini, sadici e stupratori della Repubblica di Venezia

 

Veneranda Porta da Sacile, la prima omicida seriale femminile della Serenissima; Daniel Lanza, il maestro di Francese a caccia di vittime tra le calli nel Carnevale settecentesco; Marcantonio Brandolini, l’abate avvelenatore in sentore di stregoneria; Paolo Orgiano, lo stupratore vicentino dal “terribil vizio”; i conti Giusti di Verona e il rapimento della bella Angela Leonardi; il conte Lucio della Torre e l’efferato omicidio di Noale… sono solo alcuni dei criminali che molto scalpore hanno suscitato all’epoca della Repubblica di Venezia e che, per il loro modus operandi, potrebbero essere considerati dei serial killer se si applicassero loro le categorie della criminologia moderna.

 

Le ricostruzioni proposte da Davide Busato si basano perlopiù sulla consultazione della documentazione d’archivio della Quarantia Criminal e del Consiglio dei Dieci, la più potente e temibile magistratura della Dominante, e spesso hanno come sfondo una vitalissima ed inquietante Venezia ritratta realisticamente a tinte fosche. Si tratta di indagini complesse, risolte con intelligenza e mestiere dalla polizia o dagli Avogadori da Comun, servendosi quando possibile dei limitati mezzi scientifici disponibili al tempo.