Privacy Policy Miscellanea Archivi - Helvetia editrice

LA LEGGENDA DI ALBERTO

di Michele Zanetti

 

Che cosa offre in cambio questa vita, che certamente non è fatta per la maggior parte della gente?

 

Anzitutto un contatto con la natura in una delle zone più belle e incontaminate di tutte le alpi, dove la ricchezza della flora e soprattutto della fauna costituiscono una dimensione nuova e originale e insieme a questo incontro, un incontro con se stessi quale oggi è difficile poter trovare altrove, e che permette di scoprire aspetti ed esperienze fuori dal comune.

 

Infine la consapevolezza di contribuire a proteggere un patrimonio naturale unico e irripetibile, di inestimabile valore, dove gli uomini d’oggi e soprattutto di domani possano attingere per trovarvi ispirazione, conoscenze scientifiche, cultura e svago.
(Alberto Azzolini)

CRIMINI ALLA VENEZIANA

di Espedita Grandesso

 

Fatti e fattacci nella Serenissima Repubblica

 

“Questo volume raccoglie, in parte, miei racconti apparsi in circa due anni sul quotidiano «Il Gazzettino» che s’ispirano a fatti e fattacci del passato di Venezia e di altre località appartenenti al suo territorio. Queste cronache, antiche e meno antiche, mostrano l’altra faccia della medaglia e fungono da contrappeso alle cerimonie, lussuose e ieratiche, che circondavano il doge e la nobiltà, e a quel ritratto di squisitezza e cortesia a cui la Venezia turistica è condannata da almeno un secolo. (…)

 

La Serenissima Repubblica fu molto di più del pio quadretto di garbo e di cortesia che viene costantemente presentato; ben vengano, perciò, le cronache sbracate di delitti, omicidi e rapine a mano armata, le quali – sia pure in negativo – testimoniano la vitalità di un popolo che seppe esprimere anche momenti di eroismo e di grande intelligenza politica.” Espedita Grandesso

DA ALTINO A VENEZIA

Continuità di una civiltà

 

di Franco Bordin

 

Storia documentata di Venezia dalle origini alla pace del 1177

 

“Da Altino a Venezia” vuol presentare la prima fase della storia della Serenissima attraverso i suoi nodi cruciali: la nascita del Dogato, l’ascesa di Rivoalto, il culto di S. Marco ed il formarsi della città, l’invasione degli Ungheri, la politica del doge Pietro II Orseolo e il dominio dell’Adriatico, la prima Crociata, la nascita del Maggior Consiglio, la politica di Federico Barbarossa e la Lega Lombarda, la pace del 1177.

 

Franco Bordin analizza – attraverso fonti narrative, documenti (trattati, testamenti, decreti…) e interpretazioni degli storici – la vita della città attraverso la complessa trama degli avvenimenti storici e nel suo continuo sviluppo nel campo politico, costituzionale, economico, urbanistico, religioso ed artistico. È un’opera fondamentale sia per il lettore appassionato di Storia sia per lo studioso.

ALTRI SQUILIBRI

di Annalisa Bruni

 

“Maledetto telefono. Come se non avessi già i miei problemi d’insonnia. Suona, suona, la smetterai una buona volta! Tanto, non rispondo. Potrebbe essere Geraldine, soprattutto a quest’ora. Ma non rispondo, non questa notte. Anche se la pagasse lei l’intercontinentale. Non ho voglia di riprendere la solita discussione; mi sono arreso: non ne usciremo mai. Lei è convinta di avere ragione, io sono convinto di avere ragione e con tutta questa ragione stiamo impazzendo tutti e due. È ora di darci un taglio. Io sto male, lei sta male, ma prima o poi tutto questo male dovrà estinguersi in qualche modo e ricominceremo a vivere, io qua e lei là dove se ne è tornata.”

 

Undici short stories sul pluriverso femminile contemporaneo, scandagliato in punta di penna da Annalisa Bruni secondo traiettorie oblique ed ineccepibili, con repentini sbandamenti del baricentro calibrati appositamente per tenere spostato il punto focale del lettore verso gli aspetti più borderline della nostra quotidianità.

 

Nei racconti di “Altri squilibri” si sperimenta molto, si provoca altrettanto, si gioca liberamente (e talvolta un po’ cinicamente) con le “donne sull’orlo di una crisi di nervi”, procedendo per costruzioni a cerchi concentrici che finiscono inevitabilmente per convergere in gustosi colpi di scena.

 

Madri apprensive, mogli fuori luogo, amiche autolesioniste, amanti a perdere, stravolte dalle loro stesse ossessioni, dal loro ininterrotto monologare autofagocitante ed implosivo, dalla paranoia degli occhi degli altri sempre puntati addosso, dai modelli omologati “made in USA”, dal fiato corto per correre appresso ai tempi che corrono, per sentirsi donne in un mondo in cui non si sa più bene cosa voglia dire essere donna. E gli uomini? Ci sono anche loro, ovviamente… in qualche caso risolvono le questioni, ogni tanto amano giocare al gatto e al topo e se va male se ne escono con le ossa rotte, ma il più delle volte se ne stanno semplicemente lì a vedere come va a finire.

 

Annalisa Bruni con “Altri squilibri” ha accostato brillantemente l’intelligenza al senso del grottesco, la scrittura leggera, vitale e spigliata a trame solide e ben delineate, fatte apposta per durare a lungo sia nel tempo che nella memoria.

LA FORNACE CAVASIN DI SPINEA

Tra memoria e progetto

 

di Gianna Riva

 

La fornace Cavasin ancora esistente di Spinea è una tipica espressione della cultura locale, il frutto dell’adattamento alle esigenze specifiche dello stabilimento di un tipo edilizio ben consolidato e sedimentato nella cultura costruttiva tradizionale delle terre venete; e, proprio per questo, essa rappresenta un significativo documento della storia sociale del territorio.

Pur intrecciato strettamente con l’attività dei campi, il lavoro nella fornace divenne progressivamente la principale fonte di sostentamento per le famiglie della zona, un lavoro duro che coinvolgeva anche le donne e i bambini.

 

Le testimonianze superstiti della fornace di laterizi di Spinea sono abbastanza complete da poter documentare in modo esaustivo la configurazione dell’impianto nella fase più matura e quindi più recente dell’attività e contribuiscono, quindi, significativamente a testimoniare quel momento del processo di intensa urbanizzazione del territorio, che ha più profondamente trasformato la zona, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, e più marcatamente a partire dagli anni sessanta del Novecento, portando con sé conflitti e contraddizioni tuttora irrisolti.

 

Questo lavoro si ripromette di chiarire innanzitutto le caratteristiche del sito, di riconoscerne i valori con riferimento sia al pregio delle opere edificate che al significato intrinseco, documentario e storico che esse esprimono, sia nella peculiarità e potenzialità del paesaggio che proprio quelle testimonianze inserite nel territorio non ancora urbanizzato che le circonda possono concorrere a caratterizzare.

I MURANESI NEL SETTECENTO

di Silvano Tagliapietra

 

La decadenza delle Corporazioni del vetro, episodi di stregoneria, assassinii, fughe e cospirazioni. Il secolo dei Lumi non illumina di certo Murano che sprofonda in una lenta agonia, fino al crollo finale con l’abdicazione di Daniele Manin.
Ma la vita sull’isola comunque continua e nelle famiglie si litiga ancora per l’eredità, ci si innamora della ragazza sbagliata e quando va bene si diventa garzoni…

 

Silvano Tagliapietra, storico, mastro vetraio, promotore dell’immagine culturale di Murano, descrive la vita dei muranesi nel Settecento con metodo preciso e documentaristico usando un registro vivace e accessibile, regalando momenti di emozione e spunti di riflessione sul passato e sul futuro dell’isola.

 

Il grande affresco che Tagliapietra ci stende innanzi è certamente popolato da un gran numero di vetrai, colti per lo più in occasione di qualche difficoltà o atto abbastanza importante da aver lasciato una traccia scritta in qualche documento d’archivio; la sua cronaca, tuttavia, ci parla anche del resto del popolo di Murano e, mostrandone la varietà e la complessità, permette di dare finalmente una fisionomia reale a questa mitica isola dove vivevano anche ortolani, pescatori e barcaroli, insieme a frati, monache e impiegati della Repubblica.

(Giovanni Sarpellon)

PARE

di Fabio Franzin

 

NA VÌRGOEA, ‘NA SGRAFADHA

 

Granda e fissa, ‘dèss, se à cuzhà
l’onbra sui mé fòji.

‘A mé scritura
‘a incrosa crose e spini.

Un punto ‘l à stuà ‘a stéa
che ‘a bachéa
a est dea frase monca.

‘E me paròe, Pare
le ‘é romài ‘na nuda cerniera
che ‘a sèra su sol ‘l scuro.

Se mai ‘na vìrgoea, magari,
’na sgrafadha che ‘a sbuse,
che ‘a sbrèghe ‘a nùvoea, ‘l caìvo.

 

“Pare” (Padre), è un poema che prende l’avvio “fra i confini della vita” con l’immagine di un uomo con una mano tesa a cercare di trattenere – un padre che muore – e l’altra aperta e pronta ad accogliere, a cullare – un figlio che nasce -, di un uomo che si chiede con quale delle sue mani, in tal modo occupate, sia riuscito a scrivere le parole contenute in questo libro. Parole scritte in un dialetto veneto pastoso e terragno, che Franzin piega a farsi canto sul tema – classico, sempre – della paternità.

 

Il testo è diviso in due parti, in due momenti (come le sigarette fumate in due tempi dal padre, in uno dei testi), in cui Franzin si fa ora Enea, ora Anchise.
Nella prima parte “mé Pare” l’autore segue la malattia e poi la biografia di un padre che, appena scomparso, è già presenza che continua a risorgere entro ogni verso, e che entro ogni verso sembra, a sua volta, distaccarsi crudelmente da quel figlio che lo invoca, da un figlio cui restano ormai una mano monca e un vuoto da colmare. E nell’arduo percorso di un crinale così sottile, Franzin riesce nel miracolo di non cadere, di non cedere mai al facile sentimentalismo o al verso ad effetto.
Questa prima parte si chiude in preghiera, con delle “litanie” in cui Franzin chiede allo spirito del padre il segreto per riuscire nel compito, da Egli così mirabilmente vissuto, di essere a sua volta un buon padre.

 

Nella seconda parte “mì Pare”, Franzin dà corpo, e voce, ora, al suo ruolo di padre. Segue ogni gesta dei figli, del loro essere “carne che cresce”; li scruta, li spia; si fa sentinella alla soglia dei loro sogni, ne asseconda ogni scherzo, richiesta; lo troviamo alle prese con il cambio del pannolino, come in quelle di un detective che tenta di risolvere l’enigma di una parola, apparentemente, priva di senso. Vive i patemi di un padre alle prese con un figlio che si affaccia all’adolescenza, a quell’arena onirica che lo richiede, tutto, anche se quel figlio è già un figlio con-diviso.

 

Un poema che parlerà sia a chi ha subito la perdita di una persona cara, sia ad ogni padre, ad ogni figlio; figlio che – se vorrà, o se vorrà il destino al suo posto – sarà padre a sua volta.